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silviarossetto
POLITICA
17 gennaio 2008
Un'Italia da bere? No, da b...uttare!!
Vi ricordate “l’Italia da bere” dei compiaciuti anni ‘80, anni dorati in cui tutti danzavamo su un gigantesco Titanic? Fine d’Anno 2007, più di venti anni dopo: Italia non più da bere, ma da b…uttare!

Senza speranze...
Quello che ci lasciamo alle spalle, in effetti, non è stato di certo un anno glorioso per il nostro Paese, e pare che questa volta se ne siano accorti tutti, persino gli americani: nel mese di dicembre il corrispondente da Roma del New York Times, Ian Fisher, ci ha definiti tristi e rassegnati a un futuro senza speranze. Sembra proprio che ormai anche gli stranieri si siano accorti che l’Italia non è più il Paese della Dolce Vita! Non solo, “c’è un senso di malessere generale”, ha detto Fisher, “e vi manca la voglia di reagire”. Inutile rispondere, come molti hanno fatto per tranquillizzarsi, che altrove non mancano i problemi: ovvio, ma non per questo l’analisi di Fisher è meno valida. È tutto vero e suffragato dai dati.

Servi della gleba...
Il carovita e la perdita di potere d’acquisto degli stipendi italiani – con il tasso di crescita tra i più bassi d’Europa, ancora rapportati alla lira quando tutto costa “in euro”, cioè il doppio rispetto a sei anni fa – hanno fatto sì che sia sempre più difficile arrivare a fine mese. L’11% degli Italiani è sulla soglia di povertà. Ovviamente il “ridimensionamento generale” non tocca manager, dirigenti statali e non che continuano a guadagnare sempre più cifre da capogiro. Basti pensare, un esempio tra tanti e nemmeno il piu’ eclatante, all’amministratore delegato di Poste Italiane che ha uno stipendio di un milione e 300mila euro l’anno: una cifra da far impallidire tutti noi “servi della gleba”, costretti a fare ogni sorta di lavoro per guadagnare i nostri miseri 1.000 euro al mese. Per inciso, 1.000 euro era la cifra mensile che guadagnavano, euro più euro meno, anche i poveri operai morti a dicembre nel rogo della Thyssen-Krupp.

Poveri giovani!
La classe media, dicevamo, è sempre più “classe medio-bassa”. Pochi giorni fa una mia conoscente ha borbottato: “Voi poveri giovani, lavoratori precari con salari bassi, state sbarcando il lunario con quello che le vostre famiglie hanno accumulato”. Parole sante. Altro che bamboccioni! Senza il sostegno della famiglia, un giovane non riesce né a pagarsi un affitto né a comprarsi una casa, né tantomeno a costruirsi un futuro.

Vecchi onnipotenti
I posti di comando sono sempre e comunque detenuti dai “vecchi”, basti pensare all’età media dei nostri intoccabili parlamentari o dei sempiterni presentatori TV: non esiste o quasi la mobilità sociale, ossia la possibilità di migliorare la propria posizione rispetto a quella dei genitori. Se sei figlio di papà il più delle volte erediti il suo mestiere e tutte le porte si schiudono magicamente, altrimenti ti aspetta il limbo di un precariato eterno in un ruolo che, spesso, ben poco ha a che fare con le tue effettive competenze. Lo ha sottolineato di recente anche l’Isfol (Istituto per la formazione e il lavoro): siamo un Paese di raccomandati, in cui il 40% delle persone trova un impiego grazie alla propria rete di amici, parenti e conoscenti.

Un Paese di raccomandati
Trovare lavoro è difficilissimo perché devi essere segnalato, conosciuto, sponsorizzato, figuriamoci fare carriera! Chi ha una rete di rapporti sociali proficui va avanti, chi no resta indietro anche se ha, per ipotesi, maggiori capacità e doti. A questo si aggiunga una crescita economica vicina allo zero che ci sta ponendo ai margini dell’Europa che conta, sorpassati dalla Spagna e, a breve, persino dalla Grecia. È ovvio: i cervelli non riescono a emergere in un Paese di caste e baronie paramafiose, quindi chi può emigra in Paesi in cui la meritocrazia non sia un termine sconosciuto e bistrattato. La tecnologia ancora poco sviluppata e poco diffusa, il debito pubblico enorme, gli sprechi e i costi altissimi della pubblica amministrazione sono sotto gli occhi di tutti. Siamo così deboli da consentire che il blocco di una categoria, quella degli autotrasportatori, metta in ginocchio un Paese e favorisca ulteriori speculazioni sui prezzi.

Vince sempre il piu' furbo...
Il saccheggio negli anni e l’umiliante crollo finale della compagnia aerea di bandiera ci restituisce, infine, l’immagine di un Paese “alla frutta” privo di senso etico in cui vince il più furbo e in cui chi sbaglia non paga quasi mai. Sarà forse un caso se oltre il 60% degli italiani non si fida delle istituzioni e nella fattispecie del Parlamento, percepito come luogo della corruzione?

Ma...
In un panorama sconfortante come questo, la vasta partecipazione dei cittadini al V-Day dell’8 settembre 2007 ha manifestato un malcontento diffuso che chiede giustizia. Non tutti gli Italiani sono rassegnati e incapaci di azioni mirate. Molte sono le battaglie da ingaggiare e molti sono gli sforzi da compiere per assumere un’identità coerente, ma noi cittadini “attivi” e "pensanti", al di la' del colore politico, siamo la risposta a Fisher.

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